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Luca Cupiello è alto 50 centimetri e nelle mani stringe una piccola Vergine, un pezzetto di sughero, il pentolino per «scarfare la colla», compito che – si sa – porta tensione già di primo mattino nella sua casa che vive, tutti i giorni, un’eterna antivigilia di Natale. Di fianco a lui, sugli scaffali di Genny Di Virgilio a San Gregorio Armeno, si stanno sfidando occhi negli occhi Lautaro e Mcfratm: «Chi stacca per primo lo sguardo perde lo scudetto», sembrano dirsi. Ma Luca Cupiello non fa una piega, e continua a osservarli con l’infinita arguzia di chi non giudica niente e nessuno. Intanto, Anastasia Ofitcerova, nella bottega di Marco Ferrigno, sta colorando e rifinendo un esercito di piccoli McTominay: lei ha 28 anni, è russa e viene da San Pietroburgo.
«Posso essere onesta? – sorride a mezza bocca – Mi piace di più la mia città e non vedo l’ora di tornarci. Sto studiando moda, artigianato e design per la Parthenope». Per la serie: amare Napoli è un po’ come amare Babele, e non lo prescrive mica il medico. Però il Natale azzurro dura tutto l’anno nella via dei pastori, dove il mondo è arrestato in questa sorta di infanzia perenne che è il presepe. Scomodando il filosofo Giorgio Agamben, «il presepe ci mostra precisamente il mondo della fiaba nell’istante in cui si desta dall’incanto per entrare nella storia». E San Gregorio Armeno, che del presepe è assieme La Mecca e il Vaticano, oscilla continuamente tra magia e realtà, tra incantesimo e indotto, tra Gesù bambino e il messia Maradona.
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