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È un delicato momento per il Napoli, preso a schiaffi prima dal Bologna e poi da Conte, l’allenatore che appena sei mesi fa lo ha guidato allo scudetto. Si abbia cura a gestirlo, questo momento, perché il Napoli appartiene non a un presidente, non a un allenatore, non a un gruppo di giocatori ma alla città che nella scorsa primavera festeggiò per quattro giorni il quarto tricolore, invadendo lo stadio Maradona, le piazze, il lungomare di via Caracciolo dove vi fu la sfilata del pullman azzurro dei Campioni che conquistò tutto il mondo e fu il nuovo bellissimo spot per Napoli. Il calcio è un suo patrimonio da quasi cento anni. Napoli e il Napoli, binomio fortissimo. La spinta dei tifosi – lo ha dichiarato più volte Conte – è stata decisiva per cancellare la delusione del decimo posto del 2024 e vincere lo scudetto. Napoli ha una mentalità vincente e la manifesta in tutti i settori, con una crescita che non ha eguali, con un’effervescenza culturale e una festosa invasione di turisti che apprezzano le bellezze del luogo, anche dell’arte calcistica: in milioni sono stati qui nei giorni indimenticabili del quarto scudetto.
È quella mentalità che deve ritrovare al più presto la squadra, smaltendo le scorie di queste settimane, superando l’amarezza per la caduta di Bologna e per le parole di Conte. Bisogna ritrovare le vittorie e il sorriso: via queste maledette ansie che non pensavamo di ritrovare dopo un trionfo.
Si recuperi subito quell’entusiasmo, diremmo quella passione, che ci ha fatto sognare nei mesi della scalata al vertice.
L’ottimismo e il lavoro le chiavi per il rilancio della città: lo ricordino gli azzurri, la loro stagione in Italia e in Europa è più che mai aperta. Nessuno si permetta di rompere il giocattolo, di spezzare un sogno, di interrompere un’emozione così grande.
Vogliamo tornare a fare festa. Certo, il momento è delicato. È emersa una preoccupante apatia. Il problema non è il controllo di uno spogliatoio che reagisce con il silenzio alle accuse di Conte ma ciò che una squadra mostra in campo (e ancor prima della sconfitta di Bologna, umiliante quanto quella di Eindhoven). Questa pericolosa apatia può far scivolare il Napoli, al momento a 2 punti dal primo posto, così come accadde due anni fa, quando De Laurentiis intervenne – male – cambiando tre allenatori. La fiducia in Conte è fuori discussione, come è stato ribadito anche nel vertice societario di ieri, e non soltanto per l’oneroso contratto che lo lega al Napoli. C’è un progetto, cominciato benissimo un anno fa, da portare avanti. E il mercato non offre tecnici di spessore nel caso di un passo indietro di Antonio, che per questa situazione – e lo ha ammesso – ha responsabilità come i suoi calciatori.
Già, i suoi uomini. Non si comprende come i “guerrieri” che pareggiarono per 0-0 in casa con il Como siano diventati in otto giorni “i morti” che hanno perso a Bologna. Cosa è accaduto da una partita all’altra? Vi sono stati comportamenti sbagliati che hanno scatenato l’ira di Conte l’altra sera, al di là della squallida prestazione contro i virtuosi rossoblù? Antonio è l’uomo che ha faticato in tutta la sua vita per raggiungere straordinari risultati, prima da giocatore e poi da tecnico. Il suo tormento è la sconfitta, quella che dovrebbe stimolare un calciatore o un allenatore, secondo quanto ha scritto nel suo libro “Dare tutto chiedere tutto”. «Ho sempre odiato perdere. Oggi più che mai odio perdere. Dico spesso ai miei calciatori che chiunque senta il dolore che provoca la sconfitta è pronto a fare qualsiasi cosa per non perdere mai. Sono sicuro che questa sensazione sia contagiosa. L’amaro della sconfitta è la miglior medicina per perdere il meno possibile e per cercare di allontanare quel dolore». È quella rabbia per una sconfitta che ha visto soltanto dopo Eindhoven. Si augura di ritrovarla alla ripresa della stagione, quando si giocheranno partite importanti per le classifiche del campionato e della Champions. Ma non basta il cuore. Serve una svolta, aspettando che si riapra il mercato e che De Laurentiis – ancora – investa per completare il centrocampo, considerando la prolungata indisponibilità di De Bruyne (Hojlund ne ha avvertito subito l’assenza) e l’indisponibilità di Anguissa per la Coppa d’Africa. Per fortuna, si avvicina il rientro di Lukaku, un leader in campo e fuori, fortemente mancato. Al di là degli infortuni, pesano i cali di giocatori adesso sotto accusa – e a rischio del posto da titolare – che sono stati protagonisti nelle stagioni del terzo e del quarto scudetto. I Di Lorenzo, peraltro vincitore di Euro2020, Rrahmani, Anguissa, Lobotka e Politano hanno potuto fregiarsi dei due titoli perché due straordinari tecnici come Spalletti e Conte hanno lavorato su di loro, elevandone il livello, anche attraverso una intensa preparazione, di cui adesso – con un calendario più intenso – accuserebbe il peso, dato che il Napoli ha perso in brillantezza.
Su questo come su altri punti è opportuno precisare – e un tecnico di grande esperienza come Conte lo sa – che i confronti più che le tensioni compattano perché non ci troviamo in una fase da dentro o fuori ma in una in cui bisogna recuperare le forze per battere nuovamente la strada verso il successo. L’allenatore avrà il pieno supporto di De Laurentiis e farà le scelte più sagge, dall’alto della sua esperienza e recuperando anche lui l’entusiasmo. Chi era a Bologna, lo ha visto raramente uscire dall’area tecnica, quasi come se fosse rassegnato a questi eventi. Rispetto ai suoi metodi – e alla sua storia – difficilmente farà passi indietro. Leggete cosa scrive ancora in “Dare tutto chiedere tutto”: «Non sono un allenatore capace di deformarsi e piegarsi a condizioni non in linea con il proprio metodo e con i propri obiettivi, non sono fatto per i compromessi. Da tutte le esperienze più difficili ho ricevuto la stessa lezione: mai andare contro se stessi, i propri valori e la propria natura». Il messaggio è chiaro.
From: https://www.ilmattino.it/sport/sscnapoli/la_squadra_citta_non_rompiamo_giocattolo_napoli-9180725.html
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