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Maurizio de Giovanni
Dividerei questi giorni in due fasi, e contrariamente a ciò che dovrebbe fare un romanziere parto dalla fine, anzi, da dopo la fine. Voglio parlare dell’emozione di vedere questo fantastico, straordinario gruppo attraversare il mare della gente come è successo ieri. È commovente per il tifoso, è interessante per chi si occupa di scrittura. In un mondo in cui siamo tutti in chat, in cui viviamo mediati e separati, vedere una carnalità totale, esaltata efficacemente dagli scenari di mare, sole, cielo sereno, e ammirare il grande trasporto e la gioia infinita provata dal popolo, per chi sostiene il Napoli è un momento splendido, per l’uomo che osserva diventa un importante insegnamento per tutti: ribadire la centralità del fattore umano.
E poi torno all’inizio, alla notte prima della gara, piena di paure. Perché questo Napoli in cui trionfa il collettivo per forza di cosa è un outsider, non ha mai dato la sensazione di essere in grado di stritolare il campionato. E così è stata la partita, densa di ansie e timori. Mi sono personalmente tranquillizzato solo dopo il gol di Lukaku, fino a quel momento ero preoccupato, anche dopo il magnifico 1 a 0. E poi c’è stata la fenomenale esplosione fisica alla fine, liberatoria.
Personalmente è coincisa con la più strana delle scoperte: al triplice fischio io non ci credevo. Pur avendolo atteso fino alla fine non credevo realmente ai miei occhi: mi sono scoperto miscredente. E a questa sensazione curiosa se ne accompagnava un’altra, e cioè che si stava delineando intorno la più bella delle scene, una pagina che nessuno sarebbe in grado di scrivere, se non questa squadra, questi colori, questa città.
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